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Se
Lagnasco costituisce attualmente un'importante realtà economica del Piemonte,
non e' privo nemmeno di dignità storica: per oltre 500 anni è stato il feudo
della famiglia Tapparelli, un ramo della quale fu quello dei Tapparelli
d'Azeglio, di cui furono noti esponenti Massimo d'Azeglio, Roberto ed Emanuele.Della
famiglia rimane, a testimonianza del suo potere e della sua sensibilità
culturale, il castello che si caratterizza per la presenza di oltre 1000 metri
quadrati di superfici affrescate risalenti al periodo rinascimentale e
riferibili a maestranze locali che ebbero occasione di lavorare a Roma nei
Palazzi Vaticani a contatto con artisti della cerchia di Raffaello.
Il castello di Lagnasco che e' stato definito il piu' importante monumento
rinascimentale del Piemonte è oggetto di un'importante processo di restauro e
di riqualificazione allo scopo di restituirlo quanto prima alla godibilità
collettiva.
La cultura del castello e la cultura della frutta caratterizzano questo angolo
di Piemonte: una buona terra per buoni frutti!!
Situato a ridosso della sponda
sinistra del Varaita ed immerso nei verdi ed ordinati filari della sua campagna,
Lagnasco sembra nascondere nell'umile semplicità " nostrana " della
sua gente, tesori di storia e monumenti agli uomini e agli avvenimenti che
plasmarono il passato di questo piccolo, ma importante angolo di Piemonte.
"CURTES DUE SCILICET LUAGNAS ET MIRADOLIS CUM CASIS CAPELLIS ..." Così
si legge in un antico documento, in cui per la prima volta si fa riferimento al
territtorio Lagnaschese qui citato con il nome latino "LUAGNAS". Era
l'anno 1064 quando Adelaide Marchesana di Susa effettuava una donazione
riguardante il suddetto territtorio all'ordine Benedettino. Si suppone, appunto,
che verso l'XI secolo un gruppo di Monaci Benedettini venne da Pinerolo a
stabilirsi qui per dissodare la terra, fondandovi un "Chiostro" che fu
il punto di partenza attorno a cui si formò il primo nucleo di case.
Dall'XI secolo fino al 1322 il terreno di Lagnasco fu protagonista dei vari
conflitti fra le famiglie e i Marchesati di quel periodo. L'ultima famiglia ad
esercitare il suo dominio nel Lagnaschese fu quella del Marchesato di Saluzzo,
che nominò Conte di Lagnasco Gioffredo Tapparelli. Dopo un cinquantennio, dal
momento che i conflitti non accennavano a finire, per sedare le ire fu scelto
arbitro Amedeo VI di Savoia detto il "Conte Verde", che solo nel 1403
riuscì a porre fine alle lotte. Fu data ragione ai Tapparelli, divenuti così
Conti e Signori di Lagnasco, mentre la famiglia dei Falletti, provenienti da
Alba, fu costretta ad emigrare nelle terre oltre il Varaita ed il Maira, così
suggella il motto "d'acord".
Alla fine del '400 i Savoia riconfermarono ai Tapparelli, nella persona del
Conte Benedetto, l'investitura del paese di Lagnasco che da all'ora seguì
sempre con statuti propri le sorti di Casa Savoia, come Comune Autonomo.
Per volere di Benedetto Tapparelli continuarono i lavori di ampliamento e
restauro del Castello, infatti almeno inizialmente non si trattava di un vero e
proprio Castello, quanto piuttosto di un fortilizio difensivo (poco più di una
torre), edificata verso il 1100 per volere dei Marchesi di Busca ed
identificabile oggi nell'angolo nord-est dell'attuale complesso .
Grazie, quindi, alla rigorosa spinta del Tapparelli si passò da un primo,
esiguo nucleo costruttivo ad un più grande complesso, all'interno del quale è
opportuno individuare la presenza di ben tre castelli, la cui proprietà non fu
esclusivamente dei Tapparelli. Data infatti la notevole prolificità della
famiglia, rispecchiata nel magnifico albero genealogico esistente a Saluzzo in
Casa Cavassa, numerosissime furono le ramificazioni della famiglia stessa.
Non bisogna quindi stupirsi se le diverse branche del castello di Lagnasco
vennero successivamente ad appartenere a più famiglie nobili, specialmente per
reciproci legami matrimoniali. La manica di levante appartenne ininterrottamente
alla famiglia Tapparelli; mentre in quella a notte del cortile, compreso il
portone di ingresso, si insediarono fino all'inizio del 1700 i conti Vacca di
Piozzo. La parte centrale del cortile fu dei Conti Reyneri, mentre il tratto del
castello che chiude il cortile a ponente, con risvolto verso il giorno divenne
di proprietà del conte Giannazzo di Pamparato fino al 1860. Il massiccio
d'angolo a nord-ovest rientrò in possesso di Emanuele Tapparelli nel 1875 per
atto di acquisto dal cugino Marchese Carlo Pilo Boyl.
Il castello di levante venne edificato verso il 1100 ma verso il 1500 da
struttura di difesa venne trasformato in struttura residenziale. Si presenta con
due grandi logge verso l'alto e con due grosse torri quadre ai lati, in una
delle quali alloggiò al secondo piano, Carlo Emanuele I, quando nel 1630 fu
ospite dei Tapparelli.
Entrando nell'edificio al primo piano troviamo lo splendido "salone degli
scudi", un grande locale a pianta rettangolare, con il vistoso camino
contro la parete nord e con un'appendice a loggetta sul fianco est. Attualmente
è spoglio di arredamento, ma conserva comunque un fregio araldico composto da
167 scudi ripartiti fra le travi del soffitto e le pareti.
Questa è la più completa ed importante raccolta di blasoni antichi
sopravissuta in provincia di Cuneo ed è certamente una delle più prestigiose
in Italia. Fra questi spiccano gli stemmi delle famiglie Savoia, Acaja, Saluzzo,
Monferrato e Visconti. I rimanenti scudetti appartengono a quasi tutto il
patriziato subalpino e Savoiardo dell'epoca. Di notevole importanza è lo stemma
raffigurante un leone d'argento avvolto da una banda d'orata su sfondo azzurro
appartenente al Papa Paolo II Balbo.
La loggetta, che possiamo ammirare a destra, entrando, si presenta ricca di
figure a monocromo; di notevole importanza sono poi gli oggetti appoggiati sulla
credenza a 3 piani e le donne alla fontana con un susseguirsi di immagini e
figure inesistenti e mitologiche.
Di notevole rilevanza storica è poi, sulla parete nord, l'affresco raffigurante
il complesso dei Castelli di Lagnasco, come si presentavano verso la fine dei
lavori indetti da Benedetto Tapparelli. Possiamo ammirare le torri angolari, la
loggia aperta che oggi è in gran parte tamponata, il cortile con le scuderie,
l'orto e l'uccelleria. Sullo sfondo collinare si vedono i castelli della Manta,
Saluzzo e Verzuolo. Sulla parete a questa opposta vediamo un affresco di eguali
dimensioni rappresentante paesaggi e personaggi fantastici ed irreali. Sembra
che la maggior parte di questi affreschi sia stata realizzata da Pietro Dolce,
pittore nato a Savigliano verso il 1506. Proprio a Savigliano lavora affrescando
di decorazioni storiche e mitologiche parte dei saloni dei palazzi Tapparelli,
Muratori, Cambiani, Beggiami.
Verso il 1550 dovrebbero collocarsi gli affreschi della sala delle colonne nel
castello rosso dei Pallavicino a Ceva, che si ricollegano alla tradizione
classica e cavalleresca del Marchesato di Saluzzo ed ispireranno gli affreschi
del castello di Levante di Lagnasco. In un inventario del '700 sul castello
Lagnaschese viene citata una culla conservata a casa Cavassa a Saluzzo, del 1560
dell'operato della bottega del Dolce, con sculture riportanti grottesche,
connesse con quelle del salone al primo piano del castello di Levante. Il Dolce
inoltre decorò, verso la metà del '500, la Cappella del S.Gottardo dei
Tapparelli posta, nel cimitero del paese. Secondo alcuni storici morì verso il
1566.
Di notevole rilievo è il soffitto a stucco ricco di elementi architettonici e
decorativi dello stile dell'ultimo '500, presente in una saletta adiacente al
salone degli scudi priva però di affreschi cancellati durante l'occupazione del
periodo bellico. Probabilmente questo locale di medie dimensioni veniva usato
come camera da letto e si presenta riccamente adorno di pitture murali: vediamo
scene bibliche come le storie di Giuditta o le storie di Susanna e di Giacobbe.
Sulla parete occidentale notiamo un grande affresco risalente al pieno '600 e
raffigurante il "Sacrificio di Isacco da parte di Abramo", con quest'ultimo
fermato dall'Angelo pima di compiere l'opera. Sul soffitto notiamo un grande
affresco monocromatico in cui è possibile vedere i miracoli di S.Antonio da
Padova e S.Domenico.
Il portale di accesso al castello di ponente é sovrastato da un ' epigrafe che
recita :
"ETSI HORA FERME DUODECIM SIBI ADHUC TAMEN ET AMICIS AMPLIAVIT BENEDICTUS
TAPPARELLUS"
testimonianza dei lavori svolti per volontà di Benedetto I Tapparelli che
portano nel 1570 al completo ampliamento e restauro della manica di ponente.
Tale iscrizione sovrasta la famosa porta di legno di vite che nel 1877 il
Marchese Emanuele Tapparelli donò al Museo d'Arte Antica di Torino. Entrati
all'interno di questa ala dei Castelli di Lagnasco scendiamo una piccola rampa a
gradoni attraverso la quale accediamo alle cantine ricche di decorazioni di
argomento mitologico: lunette con scene di Bacco e lavori di pigiatura. Nella
rampa del seminterrato al centro della volta a botte ammiriamo pampini d' uva,
la figura di Giove che incenerisce Semele, Bacco sul carro trainato da leoni e
ancora Bacco su una nave ornata di pampini d' uva.
Nella suddivisione della volta a crociera ammiriamo poi le immagini dell'
Aritmetica, Geometria, Musica, Arte Bellica, Astronomia, Grammatica, Aruspicino
e Agricoltura.
Salendo ora la prima rampa di scale notiamo medaglioni raffiguranti scene
mitologiche aventi per oggetto imprese divine.
Nella prima sovrapporta alla nostra sinistra vediamo una donna alla finestra
nascosta da una tendina mossa dal vento e sul lato opposto il ritratto di
Benedetto I , proprietario del castello di Lagnasco.
Sulla seconda rampa di scale possiamo ammirare, al centro, fra i raggi di una
grande ruota floreale, la figura di Atlante che regge la volta celeste, tutto
attorno i segni dello zodiaco e le sette fatiche di Ercole.
Nelle lunette scorgiamo le 4 stagioni: la primavera inpersonata da Demetra,
l'estate da Cerere, l'autunno da Bacco ed infine Cronos a rappresentare
l'inverno, tutte affrescate da Giacomo Rossignolo.
Ai lati del pianerottolo sono rappresentati un paesaggio d'invenzione, un
castello rinascimentale con in primo piano un fiume con naviglio e ruderi sullo
sfondo. Sulla parete di contro è rappresentato un isolotto con un tempietto e
due obelischi egizi avente come sfondo una città marinara.
Passiamo ora al piano successivo e ammiriamo sulla terza rampa 24 scudetti con
armi, trofei, corazze, tamburi e altro armamentario da guerra che simboleggiano
la gloria militare.
Proseguendo, nelle 2 volte a crociera compaiono 4 amorini e 4 draghi. Uno dei
due lati raffigura paesaggi inventati, rovine classiche con una via rustica
passante fra essa dei contadini e bovini, sullo sfondo una città simile a
Saluzzo.
Il lato opposto comprende un arco commemorativo ad un solo fornice, un
ruscelletto che aziona le pale di un mulino e un tempio simile al Panteon
Romano.
Sulla volta della quarta rampa notiamo infine sei sfingi alate, due leoni e due
tigri.
Sulle pareti dell'ultimo pianerottolo sono rappresentati numerosissimi uccellini
multicolori in volo.
L'esecuzione di questo impegnativo lavoro fu affidata a due personalità di
rilievo: Cesare Arbasia e Giacomo Rossignolo. Mentre di quest'ultimo non si
conoscono notizie bibliografiche attendibili, dell'Arbasia sappiamo invece che
nacque a Saluzzo nel 1547; a vent' anni fu già "egregio pittore" al
servizio del Comune di Saluzzo, città dove abiterà fino alla fine del '500.
Successivamente si trasferisce a Roma e a Malaga. Verso la fine del '500 a
Torino, nominato dai Savoia "pittore di corte", lavorò per il duca
Emanuele I. Questi anni di piena maturità artistica impegnarono il pittore
negli affreschi del salone della Giustizia del castello dei Taparelli d'Azeglio
a Lagnasco. Il suo ultimo incarico fu la realizzazione, in collaborazione con
altri artisti, della galleria del Palazzo Reale di Torino. Morì nel 1607.
La sala di rappresentanza , detta anche sala della giustizia, è un gioiello di
architettura che attira da tempo l'attenzione degli studiosi, dando loro un'idea
del fasto esistente nelle dimore signorili alla fine del '500.
La Sala di Giustizia , un ambiente di vaste proporzioni, rettangolare, con 3
porte su un lato ed altrettante finestre sull'opposto. Cinque grandi scene
costituiscono una tessera importante di questo mosaico, aventi per oggetto la
"giustizia" (da cui il nome della sala) .
Entrando, rimaniamo subito colpiti dalla fastosità dell' ambiente : in alto un
ricco soffitto a cassettoni e tutto attorno copiosità di stucchi e affreschi .
Partendo da destra e proseguendo in senso antiorario, incontriamo la prima scena
ispirata al tema della giustizia : il personaggio, frustato dai ragazzi, è il
simbolo della giusta punizione per i traditori .
Proseguendo verso il camino, la nostra attenzione si sofferma sul secondo
affresco rappresentante un vecchio in ginocchio che si rivolge ad un guerriero
indicandogli un barile pieno di monete. In alto, quasi a rimproverare l'avidità
del guerriero, l'iscrizione che recita: "chi è virtuoso non ha smodato
desiderio di ricchezza".
Di fronte l'episodio della magnanimità di Scipione: questi dopo aver
conquistato Cartagine e presi molti ostaggi, libera una giovane fanciulla in età
da marito, dimostrando così, grande clemenza e bontà d'animo.
La quarta scena si rifà alla vicenda della moglie di Astrubale, la quale salva
la vita ai due figli gettandosi nelle fiamme che stanno distruggendo la patria.
L'ultima scena è di chiaro ammonimento: si tratta probabilmente della severità
di Cambise, narrato da Valerio Massimo. E' rappresentato un trono con appeso
allo schienale la pelle di uno scorticato. Un personaggio coronato,
probabilmente Cambise, indica al figlio la punizione inflitta al traditore.
"Il tramonto significa un giorno passato, il castello, simbolo tangibile di
tanti anni trascorsi, è la fine di un'epoca, scrigno di arte e cultura
irripetibili...". |